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In classe a 65 anni e altro ancora.

01 febbraio 2012

L’avevamo messa in campo come provocazione il 3 novembre scorso, chi lo ricorda?  ( http://laricreazionenonaspetta.comunita.unita.it/2011/11/03/scuolain-pensione-a-80anni-ma-in-classe-fino-a-max-55/ ) : l’ipotesi di rimanere sì a lavorare a scuola,  anche a 80 anni, ma di far lezione in classe solo fino a una certa età, se non su richiesta volontaria. Alcuni ci tacciarono di velleitarismo, “bella tu, e dove li trovi i soldi?”. Eppure c’era della logica in quel ragionamento.

Perchè la regola base della logica e del ragionamento è quel famoso “non mi ci raccapezzo” di wittengsteiniana memoria. E noi non ci eravamo proprio raccapezzati all’idea di dover stare in classe a 65 anni, in classi di 30-35 ragazzini nel pieno del loro argento creativo. Per il bene loro, prima che nostro. Dell’Italia e degli italiani. Della loro “educazione”.

Ebbene, forse un uccellino l’ha suggerito al Ministro e dunque, ieri, 1 febbraio 2012, il Ministro Profumo, durante l’audizione in VII commissione cultura, ha affrontato il problema della carriera dei docenti, prospettando per fine carriera modalità lavorative diverse dalle lezioni in aula.

Il tema dei docenti e il fatto di avere una quiescenza portata 65 anni - ha affrermato il Ministro - ci impone il fatto di riflettere sulla carriera” “Credo che - ha concluso - dovremmo trovare modalità diverse in cui per un certo periodo le persone stanno prevalentemente in aula, ci sono altri cui trasferire alcune delle loro esperienze ai docenti più giovani o ad attività diverse rispetto all’aula stessa.”

Evviva evviva e grazie. Insomma qualcosa si muove, sembrerebbe, parrebbe, forse.

Prima lo stanziamento di una bella fetta di fondi CIPE per l’edilizia scolastica: per metter a norma la vecchia e progettar meglio la nuova. Secondo criteri ecosostenibili e innovativi non solo nei materiali e nelle energie spese ma anche nel concepimento di spazi e luoghi per lo studio. Un quasi miracolo.

Poi tutta la sequela dei comunicati innovativotecnologici: e ci vuole l’e-book, e ci vuole il tablet,..e simili…

Adesso questa parolina magica ai docenti.”Fine carriera flessibile”. Bene bene. Vuol dire che c’è qualcuno che ascolta.

Possiamo dunque permetterci di dire qualcosa di più? Prima che si muova troppo o prenda la tangente sbagliata.  Qualcosa di fondante intendo, perchè finora ci siam permessi solo indizi di azioni. Tutte queste misure, questi accenni, son solo aspirine da raffreddore, non certamente la cura antibiotica e ricostituente per il malato.

Come sostiene Benedetto Vertecchi: “Sono soluzioni marginali, dettate spesso dal senso comune o dal buon senso che poco però sanano o affrontano i problemi strutturali. La scuola non è il campo del senso comune è ben altro: è la scuola, uno dei sistemi più complessi delle società organizzate”. Problemi che non possono essere affrontati dunque nè dal senso comune ,nè dal buon senso,(mi pare che ne siamo tutti maestri quando si parla di scuola: dal ministro al ciabattino, qualora esistesse ancora) ma da chi ne ha seria e certificata competenza e gli altri abbiano, ora ci vuole, il buon senso di star zitti. Azioni da valutare da parte di coloro che si arrovellano intorno al “non mi ci raccapezzo” insomma: istituti di ricerca, esperti, studiosi, docenti, pedagogisti. Per affrontare in modo strutturale e organico e non marginale i veri problemi di un sistema composito ed eterogeneo quale è quello del sistema d’istruzione, anzi, del sistema educativo, di una nazione. Invece da noi in genere chiamano l’arrotino fanatico, quello che crea due tifoserie uguali e opposte ad ogni dichiarazione o azione.

Ci renderemmo conto, seguendo sempre il ragionamento del grande vecchio della pedagogia italiana, che i problemi partono da lontano, se non da Gentile, almeno dal 1962, quando, e la semplifico (me ne scusi il prof) , si scelse, con meravigliosa decisione politica, di estendere in modo sostanziale, l’istruzione nel modo più massiccio possibile. E venne la scuola media e vennero gli anni della progressiva alfabetizzazione del paese.

Si fece una scelta necessaria: la qualità in parte sacrificata alla quantità. Tutti sanno leggere e scrivere oggi, non tutti lo sanno far bene. “Oggi non si sa scrivere più come una volta”. Vero: una volta solo 10 su 100 sapevano farlo. E bene. 90 su 100 non sapevano farlo. Oggi 100 su 100 sanno farlo. Una 20ina bene, una 50ina così così, una 30ina su 100 malino.

Ho riassunto in modo infame, non me ne abbia Vertecchi per la forzata semplificazione, il problema della scuola: il rapporto quantità/qualità, equità/selezione, scarto/inclusione. Tutti rapporti su cui è necessario applicarsi in modo organico non, ripeto, marginale . Il bicchiere pieno dei miei nonni saluterebbe questo dato, l’alfabetizzazione del paese,  come un miracolo di civiltà e democrazia, un immenso salto avanti rispetto quell’allora fatto del 5% di popolazione alfabetizzata sul totale. Il bicchiere mezzo vuoto di me insegnante di oggi rileva la mancanza di azioni di sistema messe in atto òper sanare quella contraddizione: il sacrificio della qualità di fronte alla quantità, il busillis della selezione e dell’inclusione. Quel “non mi ci raccapezzo” della qualità complessiva da innalzare per tutti e non solo per alcuni su cui dovremmo investire fondi su fondi su fondi di ricerca educativa in Italia e non di “progettini d’istituto” o di concorsi sulla “bandiera italiana” per far ripassare unità e coesione sociale ai ragazzi.

Oggi l’esercizio nel parlar di scuola, nel trattar di scuola, nel agir nelle scuole è concentrarsi sugli interventi al margine, certo alcuni urgenti e necessari (precari, strutture, affollamento) ma la sostanza è altra. E il problema è che non abbiamo la soluzione per quella sostanza, siamo ancora alla fase “non mi ci raccapezzo”. Né cerchiamo i giusti specialisti.

Semplificando, tagliando di grosso, come direbbe qualcuno,  il nodo strutturale del sistema generale scuola-italia può essere modulato sul piano della qualità e dei sistemi di valutazione conseguenti e va progettato ex novo, non nell’innovazione strumentale, quello può essere un complemento, bensì nell’innovazione sistemica e teorica. Considerando sempre le sempre citate “esperienze felici”, ma cercando di essere seri e mettendo in campo una rigorosa e organica azione di ripensamento generale del sistema educativo in modo scientifico, aggiornato, comparato.

E’ un nodo cioè che si risolve non con interventi marginali o piccole pezze di rattoppo, (che son bravi là, fanno l’ebook, e là invece fanno quest’altro, e lì hanno due ore in più, e là sono bravi nonostante le due ore in meno…lì hanno i registri elettronici e le pagelle on line, qua sono tutti giovani i prof, qua invece sono anziani ma bravi..e via dicendo con ogni genere di corbelleria se assunta come chiave di volta del problema) ma proprio pigliando la coperta intera e rivoltandola. Avendo il coraggio di dire che forse deve cambiare colore, o addirittura tessuto e materiale.

Non so se è compito di questo governo farlo, nato per mettere pezze e paranchi, piuttosto che per mettere in campo idee generali, innovative e fondanti. Anche perché le esigenze educative delle nazioni debbono nascere dalle nazioni medesime. Però è bene cominciare a lanciar segnali e punti interrogativi. Magari un altro uccellino lo fa giungere all’orecchio di chi si conviene. Che non si affidi nè alla calcolatrice, nè alla sarta, nè all’arrotino, né al produttore di tablet.

Un segnale ad esempio? Rimettere mano a 50 anni di ritardi nella ricerca educativa italiana ricominciando a investirci qualcosa. E’ la ricerca educativa che deve occuparsi di ripensare tutto il sistema educativo italiano, premesse teoriche, modalità e obiettivi, insieme con gli attori di quel sistema, non solo i governi, o i geni dell’economia. Facciamolo fare a chi lo sa fare e a chi compete farlo. Non ai maestri dei conti e nemmeno ai geni del rattoppo. Educare non è rattoppare e nemmeno quadrare, è ben altro.

Mila Spicola

   
 
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